A Casa di Lucia | PAROLA INTRADUCIBILE: WABI-SABI
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PAROLA INTRADUCIBILE: WABI-SABI

Oggi vi porto in Giappone con la parola WABI-SABI.

In completa contrapposizione con gli ideali estetici occidentali di bellezza e perfezione, di simmetria e finezza, wabi-sabi è una parola che esprime un concetto duro e realistico: niente è eterno, tutte le cose sono imperfette e tutte le cose sono incomplete.

Analizziamola insieme:

WABI (侘び) descrive la “semplicità rustica” o solitudine, e significa approssimativamente “l’elegante bellezza dell’umile semplicità”. Solitudine s’intenda non come sensazione negativa di isolamento dagli altri, ma piuttosto una piacevole sensazione di essere soli nella natura, lontano dalla società, nella “freschezza della quiete”.

SABI (寂び) invece significa magro o appassito, ed è oggi tradotto con “apprezzare il vecchio e lo sbiadito”, come un fiore oltre la sua fioritura. Sabi si riferisce alla bellezza o alla serenità che deriva dall’età avanzata, quando la vita (dell’oggetto) e la sua caducità sono evidenziate dalla patina e dall’usura, o da eventuali riparazioni visibili.

Ma quali sono le origini di Wabi Sabi?

Fu solo durante il XIV- XV secolo che le due parole ( wabi e sabi) iniziarono a legarsi e ad assumere significati diversi, quando i membri della società di Kyoto capirono l’importanza di accettare questo ideale di “perfetta – imperfezione” come un passo verso l’illuminazione: il satori.

Il concetto di Wabi-Sabi fu originariamente introdotto e utilizzato per creare l’ambiente ideale per la meditazione nelle cerimonie del tè.

Si diffuse come reazione opposta e contraria allo stile di vita ricco e sontuoso degli ornamenti dei secoli precedenti nella “tradizionale cerimonia del tè”, che riprendeva la sfarzosità cinese.

A riformarla dandone il nome di wabi-cha fu il leggendario maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), di cui ricordiamo il famoso adagio: 

«Ci si dovrebbe rendere conto che la Via del tè è solo bollire l’acqua, preparare il tè e berlo.»

Wabi-sabi affonda dunque le sue radici nel Buddhismo Zen e in particolare dall’insegnamento buddhista recepisce i tre segni dell’esistenza (l’impermanenza, il non-sé e l’insoddisfazione o sofferenza).

Quello che wabi-sabi insegna è che accettando l’imperfezione ci si riesce ad avvicinare alla “vera essenza” dell’oggetto, rendendo futili tutti gli abbellimenti, valorizzando le proprietà uniche del suo vissuto, comprendendo che ogni cosa ha intrinsecamente delle imperfezioni. Non ci sono e non ci saranno mai due pezzi di legno, acciaio o pietra identici.

Considerabile come una “filosofia”, il wabi-sabi incoraggia ad individuare in maniera costante la bellezza proprio nell’imperfezione e quindi incoraggia ad accettare i naturali cicli della vita. 

Mi sono innamorata di questa parola dopo aver letto “Wabi-Sabi. La Bellezza della Vita Imperfetta” di Selene Calloni Williams (edito da Piemme) e aver avuto l’opportunità di conoscerla al Salone del libro di Torino nel 2023.

Laureata in psicologia, sciamana ed esperta di yoga sciamanico ed estetica giapponese, si è recata per anni presso il monte Koya, in Giappone, per studiare e mettere in pratica la filosofia wabi sabi, sotto la guida del maestro Noburo Okuda Do. L’esperienza radicale di crescita e apprezzamento per la vita e la Natura viene descritta nelle pagine del suo libro, che può risultare utile a chi sta facendo un percorso di crescita personale. 

Molto bella, a mio avviso, questa citazione:

“Il ciliegio non fallisce nella propria fioritura che, nella sua fragilità ed evanescenza, è un tripudio di bellezza”

Wabi-sabi è solo una parola? 

Come abbiamo visto, assolutamente no. 

È un antidoto efficace a un mondo che si muove sempre più velocemente e che è sempre più orientato al consumo. 

Ci incoraggia a rallentare, a ripristinare un rapporto autentico con la natura, a semplificare la nostra quotidianità e a concentrarci su ciò che conta veramente per noi. 

Ci insegna a vivere al ritmo delle stagioni e a rendere accogliente la casa, a risollevarci dopo un fallimento e ad invecchiare con grazia, ad essere più indulgenti. Includere l’imperfezione comporta accogliere noi stessi, la nostra natura; chi è capace di conoscersi e di accettarsi ha un grande vantaggio. Ogni lotta, alla fine, è sempre e solo contro noi stessi, contro le nostre paure. Wabi sabi celebra la naturalezza di ogni vittoria. 

Concludo con una storia ZEN dedicata alla nostra parola del giorno.

Il monaco e il giardino Zen

Un monaco viveva in un tempio all’interno del quale vi era un grande giardino che lui stesso curava.

Accanto a questo tempio ve ne era un altro più piccolo, dove risiedeva un vecchio maestro Zen.

Un giorno il monaco, mentre aspettava degli ospiti speciali, si preoccupò di sistemare il giardino prestando molta attenzione ad ogni particolare: strappando le erbacce, potando gli arbusti, rastrellando e spazzando meticolosamente con cura tutte le foglie secche.

Mentre il monaco era impegnato a lavorare nel giardino, il vecchio maestro stette a osservarlo con interesse dall’altra parte del muro che separava i templi. Quando ebbe finito, il monaco, stanco e madido di sudore, si mise ad ammirare il proprio lavoro.

“Non è bello?” gridò al vecchio maestro dall’altra parte del muro. “Sì”, rispose il vecchio, “ma c’è qualcosa che manca. Aiutami a scavalcare questo muro e te lo aggiusterò”.

Lentamente, il maestro si avvicinò a un ciliegio al centro del giardino, lo afferrò per il tronco e lo scosse, facendo cadere i suoi petali in tutto il giardino. “Ecco,” disse il vecchio sorridendo, “puoi riportarmi indietro adesso”.

 



× Ciao!