26 Gen L’amico ritrovato di Fred Uhlman
“Il lungo e crudele processo che mi avrebbe portato a perdere le mie radici era iniziato e già le luci che avevano guidato il mio cammino si stavano affievolendo”.
L’amico ritrovato è un romanzo breve, sincero e indelebile come l’Amicizia di cui narra.
Scritto da Fred Uhlman, pittore, scrittore e avvocato tedesco, è stato pubblicato agli inizi degli anni 70. L’autore scriverà pochi racconti e un’autobiografica: il più famoso è proprio L’amico ritrovato legato anche agli altri scritti quasi come se avesse avuto la “necessità” di far conoscere la storia pura di un’amicizia che si è imbattuta nella Storia maligna del secolo scorso.
Il libro, divenuto un classico, narra la storia dell’amicizia appunto, tra due sedicenni tedeschi: Hans di origine ebraica, è anche la voce narrante e Konradin di famiglia nobile, sono studenti in quella che era la bella e colta Stoccarda degli anni trenta del secolo scorso, poco prima dell’ascesa al potere di Hitler.
Quello che si nota ad una rilettura attenta, che consiglio a chi, come me, l’ha letto molto tempo fa, è che, seppur a distanza di circa un secolo alcuni temi, rapporti e dinamiche, fra cui amicizia, rapporto con gli insegnanti, con i genitori, interrogativi esistenziali, sono pressoché invariati, così come le guerre e le ideologie estreme.
In particolare, fa tenerezza e ci riporta alle nostre adolescenze, ma non solo, il primo incontro in classe fra i due ragazzi, i goffi tentativi di approccio per stringere amicizia con qualcuno che chissà perché sentiamo affine ancor prima di conoscere.
“Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più … Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione.”
L’amicizia dei due ragazzi, vissuta in maniera totalizzante per circa un anno, verrà interrotta bruscamente nel 1933 in primis a causa dell’antisemitismo già radicato nella famiglia “nobile” di Konradin e perché ad un certo punto il padre di Hans che fino a poco prima non era riuscito a vedere il pericolo in Hitler perché credeva nella sua Germania, resosene conto, riesce e a far partire il figlio per l’America.
“Mi sentivo prima tedesco, poi ebreo”
A distanza di trent’anni, Hans che per sopravvivere (perché si deve sopravvivere anche moralmente e psicologicamente agli eventi, oltre che fisicamente) aveva “eliminato diciassette anni della mia vita senza chiedere niente …” viene a scoprire quasi casualmente di Konradin e si chiede se “Era davvero impossibile che la porta di casa si aprisse per farlo entrare? E non stavo già, in quello stesso istante, tendendo l’orecchio per cogliere il suo passo.”
Il romanzo termina con un’unica parola finale che spezza l’anima e fa capire che quell’amicizia era leale e aveva ragione di esistere.
Un’anima non vile, meno noto, è invece il racconto scritto sotto forma di lettera da parte di Konradin da leggere successivamente a L’amico ritrovato.