20 Lug Castelli di rabbia
Onirico. Reale e immaginario. Contemporaneo e ottocentesco. Di ogni cosa il suo contrario. L’aulico e il prosaico. Fotogrammi cinematografici e orchestre senza strumenti. Immergersi nella precaria struttura di questi castelli, provare la rabbia dei suoi personaggi all’infrangersi del destino/marea sulla sabbia della loro edificazione facendoli crollare: “Castelli di rabbia” è tutto questo e anche di più.
È metanarrativamente il tentativo di spiegare il senso dei libri stessi, come nel finale viene palesato ma ancora prima anticipato dalla stessa trama:
“Nel senso che forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, lèggere, che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall’incontrollabile strisciare via del mondo. (…) Un libro aperto è sempre la certificazione della presenza di un vile – gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo – le parole che a una ad una stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in forme di vetro che chiamano libri – la più raffinata delle ritirate, questa è la verità.”
In un linguaggio che alterna brevi periodi, quasi lapidari, a lunghi campi spezzati solo da “/” che ne segnano scene contemporanee come in una sequenza filmica, si dipana davanti agli occhi del lettore una storia che, ruotando attorno a due coppie principali a cui molti altri personaggi si intrecciano, corre letteralmente come un treno fino ad un finale esterno che in realtà ne svelerà il senso.
Affinché, partendo dal sogno e passando alla rabbia, ci si aggrappi infine alla salvezza che solo la fuga in un libro, a volte, può garantirci.
Come sempre, incommensurabile Baricco. Un romanzo che non può essere lasciato sullo scaffale.