A Casa di Lucia | “La cronologia dell’acqua” di Lidia Yuknavitch
38733
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-38733,single-format-standard,wp-theme-bridge,theme-bridge,bridge-core-1.0.2,no-js,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,side_area_uncovered_from_content,transparent_content,columns-4,qode-theme-ver-18.0.4,qode-theme-bridge,disabled_footer_top,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

“La cronologia dell’acqua” di Lidia Yuknavitch

“Le piccole tragedie sono complicate da processare. Si ingrossano e sguazzano tra le grandi doline del cervello. È difficile sapere cosa pensare di una vita quando ci sei immersa fino alle ginocchia. Vuoi tirartene fuori, vuoi spiegare che dev’esserci un errore. Tu sei la nuotatrice, dopotutto. Poi vedi le onde abbattersi irregolari, travolgere tutti, scaraventarli come tante testoline galleggianti ovunque e non puoi che ridere tra i singhiozzi di quelle stupide teste di boa. La risata può scuoterti dal delirio del lutto.”

Avanti e indietro tra le tragedie di una vita, quella della stessa autrice Lidia Yuknavitch, il suo romanzo “La cronologia dell’acqua” si apre in apnea (la prima parte si intitola proprio “Trattenere il respiro“) con la nascita della figlia morta, piccolo corpo sospinto fuori dall’acqua e bagnato di baci salati di disperazione. Avanti e indietro tra le tragedie della sua vita, attraverso metafore legate all’acqua, si sprofonda nell’autodistruzione a cui questa donna si dedica in ogni modo possibile. Una vita che avanza ma che noi riviviamo senza alcuna linearità, continuando a saltare avanti e indietro, ricostruendo, attraverso ripetizioni approfondite di episodi sparsi, fino a che punto questa donna ha cercato di porre fine a tutto. Tentativi di suicidio, abusi, violenza, droghe di ogni tipo, alcool a fiumi: non manca nulla. A volte sembra anche troppo, non solo negli avvenimenti ma nella loro stessa esposizione, come una pornografia di dolore che sa quasi di bisogno di un riflettore: guardate come ho sofferto, solo io ho provato tali atrocità. Eppure non è così. A ben guardare il bisogno di mostrare la discesa nel corpo e nello spirito che l’autrice ha subito e si è autoinflitta fa parte dello stesso percorso inverso di risalita alla luce: solo spogliandosi di tutto, anche di questi ricordi, potrà ricostruirsi.

“Non è facile abbandonare un io per accoglierne un altro. La libertà lascia cicatrici. Forse può uccidere. Almeno uno dei nostri io. Ma va bene. Ce ne sono altri.

Quante volte moriamo?

Le parole, come i sé, valgono la pena.”

Dal ricordo alla sua sublimazione nell’arte, la storia personale, vomitata e rivissuta attraverso le parole, ha così assunto una forma di catarsi estrema: la vita è stata sublimata. In quest’ottica tutto assume un senso diverso.

Tra consigli schietti di rinascita (“Se il tuo matrimonio va a puttane, inventa un nuovo io. Se la tua famiglia d’origine fa schifo, inventane una nuova. Guarda quante persone tra cui scegliere. Se la famiglia in cui ti trovi ti fa stare male, sali su un autobus. Subito.”) e consigli di crescita intellettuale (“Tutto. Dovrebbero leggere tutto ciò su cui riescono a mettere mano. Quello che amano, odiano, tutto. Non ti tufferesti in una piscina vuota, no? La letteratura è il mezzo. Bisogna nuotarci.”), ogni parola confluisce nel potere estremo della scrittura di rendere arte anche ciò che di più terribile accade.

“In ogni caso, il segreto è inventare.

Inventate storie finché ne troverete una con cui convivere. 

L’ho imparato attraverso la scrittura.

La scrittura può farlo.”

Finalmente pacificata alla sua storia personale, ricostruita pezzo per pezzo dall’essenza stessa che aveva scorticato di sé, Lidia Yuknavitch ci consegna il segreto della serenità raggiunta: l’aver trovato l’amore in cui rinascere finalmente piena e consapevole, l’amore dell’arte e per l’arte, reciproco, indissolubile.

“Ma cose splendide. Cose piene di grazia. Cose speranzose possono a volte apparire in luoghi oscuri. (…)

Le cose che ci accadono sono vere.

Le storie che raccontiamo a riguardo sono scrittura. Un corpo separato dal nostro. La scrittura – nelle sue forme e contorsioni, nelle sue resistenze e bugie, nei suoi desideri interminabili, continua e continua.

Sentite, vi vedo. Se siete come me. Non meritate la maggior parte di ciò che vi è successo o vi succederà. Ma c’è qualcosa che posso offrirvi. Chiunque siate. Là fuori. Per quanto sia la solitudine, non siete soli. C’è un’altra specie di amore.

È l’amore dell’arte.”

Un libro, questo, che somiglia ad una traversata: la vita come un viaggio che da acque agitate e tempestose ci consegna finalmente al sicuro ad un mare placido in cui immergersi ed essere accolti.

Forte. Vero. Senza fronzoli. Senza censure. Non per tutti.



× Ciao!